Famila Schio: quella folle passione che ha colorato d’arancione un amore

11 Settembre 2016
in Category: Primo Piano
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Famila Schio: quella folle passione che ha colorato d’arancione un amore

Famila Schio: quella folle passione che ha colorato d’arancione un amore

La pazzia se ne va a spasso per il mondo, come il sole e non c’è luogo dove non risplenda”, diceva William Shakespeare.

In realtà, la nostra, di pazzia, se ne va in giro per l’Italia e non manca occasione che qualcuno ce la ricordi. Chiaramente trattasi di pazzia buona, pura, quella che inizia dove finisce la passione e finisce dove inizia l’amore. Perché alla fine sono questi i tre elementi fondamentali di questa storia: l’amore, la passione e la follia. Ho vissuto più di un quarto di secolo della mia vita senza mai vedere una partita di basket femminile. Alle nostre latitudini centro-italiche, i ragazzi seguono solitamente altri sport: il calcio, prima di tutto, poi le corse automobilistiche, quelle di moto, e ogni altra disciplina che venga guardata da qualche milione di spettatori davanti ad un televisore. Io, ad esempio, da bambino, sono stato introdotto al lato calcistico più felice della Capitale: la Roma. Sono stato un vero appassionato, orgoglioso possessore di un abbonamento in Curva Sud per un paio di stagioni, senza però mai sentire il bisogno di valicare il Grande Raccordo Anulare, ovvero l’anello d’asfalto che racchiude la città: nonostante sia stato un fervente sostenitore dei colori giallorossi, non ho mai affrontato nessuna trasferta per seguire la squadra, non sono mai andato a vedere un allenamento a Trigoria e non mi sono mai recato in aeroporto ad attendere l’arrivo di qualche giocatore. Insomma, sono stato uno di quei tifosi “tiepidi” che, nonostante un abbonamento nel paradiso del calcio romano, non si è mai lasciato andare a qualche piccola follia calcistica. Ho trascorso, quindi, venticinque anni abbondanti della mia vita seguendo altri sport che non fossero la pallacanestro femminile. Almeno fin quando non ho avuto la fortuna di incontrare quella che, circa cinque anni dopo, sarebbe diventata mia moglie. Lei, il basket femminile ce l’aveva, e ce l’ha, nel DNA, tanto da avere il coraggio di parlarne già al nostro primo appuntamento: io, allora, impreparato sull’argomento, annuii come si fa quando non si vuole mancare di rispetto all’interlocutore, senza però dare mai l’impressione di esserne troppo convinto, per non esser subito colto nella mia totale ignoranza. E fu così anche al secondo, al terzo e non ricordo più per quanti altri appuntamenti. Non che si parlasse solo di basket femminile, per carità, ma la tematica era più che ricorrente e il trasporto con il quale Marzia ne parlava era davvero grande. Era chiaro come lei, nonostante fosse nata e cresciuta alla mia stessa latitudine centro-italica, fosse stata segnata in maniera indelebile da uno sport del quale io non avevo mai seguito neanche una partita. Trascorsi, così, ore ad ascoltare i suoi racconti sugli anni felici nei quali giocava a basket: i primi canestri al minibasket, le esperienze nei campionati regionali, l’aggregazione alla prima squadra (allenata da un tal Massimo Riga) e le famose finali scudetto giocate in Emilia Romagna. Di queste, ogni volta che me ne parlava, lo faceva tessendo le lodi di due giocatrici che aveva incontrato, e delle quali era rimasta assolutamente estasiata: Raffaella Masciadri e Chicca Macchi. Trascorremmo così alcuni anni, tra i racconti dei bei momenti andati e qualche partita seguita dal vivo della società nella quale Marzia giocava, e grazie alle quali ho iniziato ad affacciarmi al mondo del basket femminile, e ad imparare qualche nozione fondamentale della pallacanestro. Spesso, però, sentivo dirle di quanto le sarebbe piaciuto rivedere giocare dal vivo Macchi e Masciadri, che nel frattempo, come nella più bella delle favole, si erano trasferite entrambe in Veneto, nella quadra che Marzia seguiva e tifava, seppur a distanza: Schio. Tentai, così, di organizzare un week-end ad Umbertide (ma come, per la Roma non ero mai uscito dalla città!?!?), durante il ponte dell’Immacolata Concezione del 2011, per portarla a vedere la squadra dove giocavano queste due ragazze che tanto ammirava, ma la febbre ci bloccò poco prima della partenza. Mi dispiacque molto, ma sapevo in cuor mio che l’appuntamento era solo rimandato. Passò però qualche mese in più del previsto, perché i preparativi per il matrimonio mi tolsero il tempo e la possibilità di realizzare quel suo desiderio. Nel frattempo seguimmo comunque in televisione tutte le finali scudetto trasmesse da RaiSport, e devo dire che, già stando sul divano di casa, avvertii uno strano entusiasmo dentro di me nel vedere quelle ragazze vestite d’arancione fare canestri e alzare scudetti al cielo. Arrivò così l’ottobre del 2014, ed io, che cullavo ancora nel mio cuore la voglia di portare Marzia a vedere una partita del Famila Schio, m’imbattei nell’Opening Day di San Martino di Lupari: mi sembrò un’occasione fantastica per darle la possibilità di vedere sette partite in due giorni, tutte giocate nello stesso palazzetto, oltre che per rivedere dal vivo le sue tanto amate beniamine. Prenotai quindi una camera d’albergo a Castello di Godego, preparai una cartellina con tutte le rose delle squadre, perché potesse seguire a dovere tutte le partite, e la misi sotto il suo cuscino la sera prima della partenza: la gioia e la sorpresa quando schiuse le lenzuola per andare a dormire furono immense. Partimmo così alla volta di uno dei week-end che più ha segnato gli anni che seguirono e la nostra vita insieme. Sì, perché in quel fine settimana scoccò definitivamente la scintilla tra noi e quella squadra di Schio che tanto desideravamo vedere giocare. Ricordo, come se fosse ieri, quando a metà dell’ultimo quarto, della partita contro Vigarano, mi avvicinai all’orecchio di Marzia e le dissi: “La prossima settimana giocano a Lucca: che ne dici di andarle a vedere?”. Lei mi sorrise, annuì e mi baciò. A fine partita stringemmo la mano a Mascia e a Chicca, e Marzia era così emozionata che faticava a parlare: raccontammo loro che eravamo partiti da Roma per vederle giocare e loro strabuzzarono gli occhi pensando a tutte quelle ore di auto che avevamo affrontato per arrivare fin li e che avremmo dovuto affrontare per tornare a casa. Di tutto quello che è stato quel fine settimana potrei scriverne ancora molte pagine, ma c’è un episodio che mi piace ricordare con grande affetto: il giorno seguente la partita delle ragazze, la domenica, mentre uscivamo dal palazzetto per tornare a Roma incontrammo Mascia che ci riconobbe e ci salutò. Le confessammo che forse ci saremmo rivisti a Lucca, e così fu. Il sabato successivo, guardammo le ragazze battere le colleghe toscane e dopo la partita, conoscemmo Anna e Vincenzo, quelli che poi sarebbero divenuti i nostri “genitori veneti”, che oltre ad averci dato la possibilità di venire a Schio a vedere le partite della squadra, ci hanno accolto come fossimo dei figli. Perché, non è solo della pallacanestro femminile che ci innamorammo, ma di tutto quello che abbiamo trovato dentro e fuori da quel parquet segnato d’arancione: delle ragazze umili e disponibili oltre che delle giocatrici talentuose, dei tifosi fantastici, che con il loro supporto affettuoso ed educato ci hanno mostrato come anche ai massimi livelli di uno sport ci possa essere tranquillità ed amicizia attorno ad una partita, di una città stupenda, luogo incantevolmente a misura d’uomo. Perché se fosse stato solo per il basket di per sé, forse, saremmo tornati a vedere la squadra femminile di Ostia, a due passi da casa, ma quando invece dedichi tutto te stesso, il tuo tempo e i tuoi risparmi per seguire una squadra dall’altra parte d’Italia, ci dev’essere qualcosa in più che l’assistere soltanto ad una partita: ogni volta che torniamo a Schio c’è la voglia di vivere un’esperienza che mai abbiamo vissuto, in nessun altro sport e in nessun altro palazzo. C’è la voglia di rivedere ragazze sorridenti, che faticano e lavorano sodo per regalare delle vittorie ad una città che si stringe attorno a loro; c’è la voglia di riabbracciare dei tifosi che ci regalano stima e affetto e che pian piano stanno diventando degli amici, con i quali continuiamo a sentirci anche durante i nostri esili romani; c’è una società che lavora perché anno dopo anno tutto ciò possa tornare a ripetersi. Tutto questo è fantastico, tutto questo è unico, tutto questo noi l’abbiamo trovato solo a Schio e per tutto questo abbiamo fatto e stiamo continuando a fare pazzie che mai avremmo pensato di compiere: da più di diciottomila chilometri in due anni, a decine e decine di ore di sonno perdute, fino a viaggiare separati una in aereo e l’altro in auto per arrivare entrambi in tempo ad una gara 3 di semifinale scudetto . Ma questo non importa, questo fa parte del gioco. Quel che conta davvero è ciò che ci porta ancora avanti, che ci fa emozionare ogni volta come fosse la prima, e che ci ha fatto iniziare questa meravigliosa avventura scledense: l’amore che unisce me e Marzia, e che ci ha portato a condividere il basket femminile; la passione che ha catturato entrambi i nostri cuori; la follia che ci porta dove non avremmo mai pensato di arrivare. E dove adesso sogniamo di restare. Semplicemente tra voi, semplicemente a Schio.

Mauro Giorgini

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